Ecco l’ennesima cosa di questo periodo che non ho mai amato particolarmente fare: il bilancio di fine anno e i buoni propositi per l’anno nuovo.

Non ho mai amato farlo sostanzialmente perchè ho sempre pensato che non funziona: si fanno i buoni propositi quasi per sentirsi meno in colpa nei confronti di quelli fatti l’anno passato e che regolarmente non sono stati mantenuti. Realismo? Scetticismo? Pessimismo? Un pò tutte e tre le cose insieme. E sono 3 delle tante cose che vorrei lasciare in quest’anno e non portarmi nel nuovo.

Ecco perchè quest’anno mi sento diverso. Quest’anno ho veramente voglia di scrivere qualcosa in merito a questo 2021 che se ne va, un anno che insieme al suo predecessore, il 2020, non verrà certo ricordato come un buon anno visto tutto quello che è successo e che ancora sta succedendo a livello mondiale.

Eppure per me è diverso. Questa forzata rivoluzione mondiale delle abitudini per me è stata l’elemento decisivo per farmi prendere davvero coscienza che la vita che facevo prima era molto distante da quella che volevo.

Non che non ne fossi consapevole, anzi, ma probabilmente mancava quel qualcosa in più che mi facesse fare il grande passaggio “mentale”. E quel qualcosa in più è stata la rivoluzione delle abitudini a cui ci ha costretto il Covid e tutto quello che ne è conseguito.

Insieme al primo lockdown del 2020 sono successe due cose importanti: il lavoro in smart working da casa e l’arrivo di mia figlia Viola. Entrambi sono stati eventi inaspettati. Certo Viola la stavamo aspettando da circa 9 mesi, ma la gravidanza non è stata programmata. E il lavoro è stata una vera rivoluzione che mi ha confermato quello che immaginavo già da tempo: lavorare non serve per vivere meglio, è solo un grande bluff che ci piace raccontarci o dietro il quale ci rifugiamo perchè “è così e basta”. E invece come sempre ci sono anche modi alternativi di guardare le cose, solo che non sono facili perchè abbiamo mille barriere soprattutto mentali che contribuiscono a creare quelle fisiche. E tutto diventa un circolo vizioso da cui sembra impossibile uscire.

Questi due eventi, me ne rendo conto solamente ora, sono stati insieme gli elementi che hanno dato definitivamente il via al mio cambiamento interiore, anche se solo ora, a distanza di un anno e mezzo ormai, ho cominciato davvero a fare qualcosa per trasformare questo movimento interno verso l’esterno, a dargli una forma, a fargli prendere vita. In una parola a crederci.

E quindi cosa ho fatto? Cambio di vita, cambio di casa, cambio lavoro, cambio di cosa?

Nulla in realtà. Apparentemente nulla.

Ho iniziato a lavorare su me stesso. Non che non lo avessi già fatto in passato, anzi, ma a differenza delle altre volte nelle quali il mio obiettivo era sempre qualcosa di concreto, questa volta il mio obiettivo sono io.

Mi sono reso conto che tutto quello che non ho fatto non è mai stato per tutti i motivi che mi sono sempre raccontato, ma per un motivo soltanto: io.

Io che trovo le soluzioni più geniali per smontarle pezzo pezzo il giorno dopo.

Io che arrivo ad un passo dal fare il grande salto, qualsiasi grande salto, ma poi succede qualcosa che (guarda caso) me lo impedisce.

Io che analizzo ogni cosa fino a farla diventare impossibile o poco conveniente o irrealizzabile o non adesso che non è il momento.

Io che mi lamento perchè non succede questo o quello ma non ho il coraggio di espormi per fare in modo che succedano.

Io che mi nascondo dietro una versione di me che rappresenta soltanto lontanamente ciò che potrei essere davvero.

Io, insomma. Il mio Vero Sé. Che fino a ieri era completamente in balia del mio amico Johnny, che “per il mio bene” mi teneva alla larga da tutti quei fastidi e quelle scocciature che derivano dall’esporsi, dal far sentire la propria voce, dallo scegliere qualcosa che non sia quella più razionale e conveniente, dal decidere che forse la mia strada potrebbe non essere quella di farmi il culo dalla mattina alla sera per vivacchiare nelle poche ore che rimangono. Ma che da oggi, perchè i cambiamenti iniziano subito non nell’anno nuovo, sta cominciando ad alzare la testa e a chiedere a Johnny di farsi da parte.

Ecco, questo è il mio bilancio di fine anno. Un anno importante per le consapevolezze che sto avendo e per quello che sto vedendo che potrei fare continuando a nuotare verso l’alto anzichè farmi trascinare sul fondo dalle mie stesse paure.

E allora quali sono i miei obiettivi per l’anno che verrà?

Tanti, che non mi va di elencare perchè continuo a trovarlo un esercizio un pò fine a sè stesso e poco utile se non a rimanerci male per tutti gli obiettivi mancati, perchè poi si sa che finisce così anzichè gioire per quelli raggiunti che magari non erano in elenco. Brutto vizio anche questo da lasciar andare.

Mi piace molto di più l’idea di concentrarmi su com’è stato l’anno che se ne sta andando e come vorrei che sia l’anno che verrà in riferimento a me stesso. Perchè una grande verità che mi sta accompagnando in quest’ ultimo periodo è proprio che siamo noi e solamente noi con il nostro approccio ed il nostro atteggiamento a decidere se una stessa cosa è buona o meno buona e non un obiettivo raggiunto o meno.

E quindi il miglior obiettivo che posso darmi per il nuovo anno è di continuare a lasciar andare gli atteggiamenti, le chiusure, i blocchi, gli automatismi che in tutti questi anni da un lato mi hanno aiutato a sopravvivere ma dall’altro mi hanno ancorato a terra impedendomi di prendere il volo, di esprimermi in totale libertà, di essere me stesso: in una parola di Vivere.

 

 

 

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